Si
entra nel centro storico di Genova come dentro lo spazio intimo e famigliare di
una casa abitata nell’infanzia e poi dimenticata, oppure solo vagamente
sopravvissuta nella nostra memoria: i vicoli ne sembrano i corridoi ombrosi, le
piazzette le sale dove si trascorrevano, forse, pomeriggi sereni o lievemente
malinconici. La sera, dopo la chiusura dei negozi, può capitare di procedere in
un silenzio assoluto, senza incontrare nessuno; e si prova la sensazione
inquietante di muoversi, passo dopo passo, dentro se stessi, come se le facciate
oscure delle case, i muri sbrecciati e le chiese ingrigite definissero, di
momento in momento, i contorni precari e fluttuanti della nostra stessa anima.
Si cammina leggeri; si sente soltanto il rumore cadenzato dei nostri passi sul
selciato. E la vicinanza del mare, invisibile e tuttavia presentito, come se un
orecchio interiore ce ne facesse udire lo sciacquio monotono ed uguale, fa
nascere per qualche istante un desiderio indeterminato di evasione, che dà la
vertigine e fa battere più dolorosamente il cuore.
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